Camminando per il quartiere di Vila Madalena, a 15 minuti a piedi dalla metro Fradique Coutinho, arrivi al “Beco do Batman”, galleria di graffiti en plein air nella città di São Paulo. Un uomo ben incravattato si staglia su uno scenario surreale, di cielo tinto di arancio sopra una terra incandescente, mentre nasconde la polvere sotto un tappeto.

L’espressione di finta nonchalance del personaggio in primo piano annuncia il paesaggio catastrofico che si delinea in lontananza: una catasta di spazzatura che straripa oltre il tappeto. È così che si è introdotti al lavoro di Paulo Ito, pintor de rua nato a São Paulo nel 1978, artista dal taglio critico e pungente, conosciuto a livello internazionale per il murale contro la FIFA World Cup del Brasile 2014 raffigurante un bambino nero che piange per la fame ma che ha nel piatto un pallone da calcio.

Paulo Ito ci accoglie nel suo atelier nel quartiere Pompéia di São Paulo insieme al suo cane Shody. Parlando del lavoro del “Beco do Batman”, ne comprendiamo la forza e la valenza espressiva analizzando il contesto sociale brasiliano «che ha culturalmente la caratteristica di nascondere invece di risolvere un problema. L’uomo dell’opera è colto nell’azione di esconder a sujeira embaixo do tapete». Continuando su questo tema, Paulo realizza un’altra opera, il Kassabanksy, che nasce come rilettura della cameriera che nasconde la sporcizia sotto il tappeto di Banksy. Paulo sostituisce al viso della donna quello dell’ex sindaco di São Paulo, Gilberto Kassab. Senza alcun criterio artistico, il sindaco promosse la campagna di pulizia urbana « Cidade Limpa » del 2008, culminata con la rimozione dei graffiti degli artisti Os Gêmeos, Nunca e Finok, e che il documentario di Marcelo Mesquita e Guilherme Valiengo, Cidade Cinza (2013) ritrae con sguardo lucido ed allarmante.

È una situazione che riflette il contesto dell’attuale amministrazione paulistana gestita dal sindaco João Doria. Ad inizio anno ha lanciato la campagna « Cidade Linda » che propone « la diminuzione dell’inquinamento visivo » al fine di promuovere « la pulizia e la sicurezza urbana ed il riscatto dell’autostima del paulistano », come recita il decreto cittadino. Secondo Paulo «è un’azione che non risolve i problemi della città. È una questione autoritaria che instaura lo scontro anziché il dialogo. Doria è un gestore a cui piace comandare e lavorare con il denaro, un denaro che obbedisce a una certa gerarchia. In Brasile chiamiamo questo tipo di governante “populista caricato”, si veste da spazzino o da catadores, erigendo la caricatura del suo personaggio».

Il lavoro di Paulo critica l’ipocrisia e le contraddizioni della società, soprattutto brasiliana, con una libertà d’espressione che tiene conto di quella dose di rischio che questo comporta. Riguardo ai protagonisti dei suoi lavori, «tento di esporre al ridicolo la loro visione esagerata, super monetizzata e tecnocratica», asserisce Paulo. Crea situazioni pregne di humour noir il cui punto focale è la critica sociale. «L’umorismo ti permette di parlare di svariate questioni. Quando lo spettatore comprende il sarcasmo intrinseco ad un’immagine, ha accesso ad un intendimento che appaga e ne consegue un riso amaro che talvolta incomoda. Si possono toccare tutti gli assunti e l’effetto che si produce è più intenso». E l’umorismo sembra l’attitudine più adeguata nel descrivere una società impossibile e paradossale come quella brasiliana che Paulo delinea citando le parole del cantante e compositore brasiliano Tim Maia: «Questo paese non potrebbe mai funzionare. Qui la prostituta s’innamora, il magnaccia ne è geloso, il trafficante prende il vizio ed il povero è di destra». Opulenza e miseria, giardini blindati e moradores de rua, ricchi in elicottero che sorvolano chilometri di marciapiedi popolati da baracche dove talvolta s’incontra la scritta “Deus” come se un dio potesse risolvere la povertà endemica delle favelas, l’abbruttimento della violenza quotidiana fatta di aggressioni e scippi. Ricchi e poveri si scrutano da lontano senza possibilità d’incontro.

Chiediamo a Paulo se riscontra una differenza di ricezione del suo lavoro da parte degli abitanti dei quartieri ricchi e di quelli più poveri. «La differenza è molto molto grande. Il povero che vive in periferia o nella favela ha una concezione della strada come cosa collettiva e se qualcuno dipinge in strada, per loro sta contribuendo al bene comune. Diverso è per il quartiere ricco dove il concetto di proprietà privata è molto forte, ascolto spesso “Perché sta pitturando di fronte a casa mia?”, come se il muro fosse un’estensione della loro proprietà. Mi sento molto più a mio agio a lavorare in luoghi più popolari». La definizione di proprietà privata è direttamente connessa a quella di muro, e per Paulo «in Brasile è tutto congiunto al consumo e il muro rappresenta una divisone sociale poiché è eretto affinché una persona non passi. Al contempo può essere un supporto e diviene così un’alternativa all’atmosfera opprimente della città, del non-orizzonte. L’arte di strada entra come un respiro e parlando a tutti, non separa ma unisce. In definitiva, il ricco aspetta un certificato istituzionale di un museo che dice che quella è arte. Il povero no, ha la libertà d’incantarsi».

A tal punto, domandiamo all’artista se l’arte urbana possa essere un’alternativa al consumismo compulsivo che imperversa oggi nel mondo dell’arte. Secondo Paulo «in passato questa visione era più forte. Oggi molti artisti lavorano con gallerie ed il formato delle mostre d’arte urbana è simile ad una fiera di arte contemporanea. Tutto diventa prodotto, come mostra Jean-François Brient nel suo De la servitude moderne». Ci riferisce di esser stato abbastanza influenzato da Blu, questi «non vende il suo lavoro e mantiene una certa integrità» concependo il muro secondo la definizione banksyana di «arma designata» nella sua guerra contro la pubblicità. «L’arte urbana ha un alto potenziale di libertà poiché, non avendo un’ottica commerciale, non deve accontentare un’istituzione, un curatore o un gallerista». In effetti, come scrive lo storico dell’arte Peter Bengtsen, «la natura ribelle della street art è incompatibile con il contesto istituzionale».

Prima di salutare Paulo, gli chiediamo di anticiparci il leitmotiv dei lavori che realizzerà per questa sesta edizione di Memorie Urbane, sua prima partecipazione italiana. «Aspetto di avere un’immersione nel contesto locale affinché possa creare un’opera che ne guadagni in forza e significato».

In collaborazione la galleria Street Art Place   Paulo Ito ha realizzato una serigrafia a 2 colori in edizione  limitata e finita a mano (tutte uniche) “Foda  se o sistema” “Fuck the system” stampate su carta Cordenons Modigliani 320 grammi, dimensione  50 x 70 cm, rimanete sintonizzati uscita prevista 9 Aprile.

 

Articolo di Imma Tralli.
Fotografia e video: Giovanni Bello e Thaine Machado. Montaggio video: Roberto Pontecorvo.
Foto Memorie Urbane di Arianna Barone.